Il lavoro non deve essere una condanna
Nel manifesto del Partito Edonista Italiano c’è un punto semplice, ma radicale: il lavoro non deve essere una condanna. Non è una frase motivazionale. È una presa di posizione strutturale.
Se il lavoro è una condanna, il modello è rotto. Risultando non più uno strumento, ma un vincolo. Non serve chiedersi se lavorare sia giusto o sbagliato. Serve chiedersi perché, per molti, lavorare è diventato inevitabile anche quando perde il suo senso.
Il problema non è il lavoro, ma come lo abbiamo costruito
C’è un passaggio de “Il Papalagi“1 che colpisce più di altri perché non attacca il lavoro. Attacca il modo in cui lo abbiamo costruito.
Ogni Papalagi ha un lavoro. È difficile spiegare cosa sia. È un qualcosa che si dovrebbe avere una gran voglia di fare, ma il più delle volte non se ne ha. Avere un lavoro significa: fare sempre la stessa identica cosa.
Non è una provocazione esotica. È una descrizione precisa del nostro modello, e lo si vede ogni giorno. Il lavoro non è più uno strumento: è diventato identità. Non si limita più a produrre valore, ma definisce chi sei, cosa puoi fare e cosa si è autorizzati a cambiare.
Specializzazione o riduzione?
Basta guardare qualsiasi lavoro frammentato: chi scrive codice non vede il prodotto finito, chi monta un pezzo non conosce il sistema, chi gestisce un task non ha visione del processo. Specializzazione estrema, ripetizione, compartimenti stagni. Si diventa competenti in una singola funzione e progressivamente incapaci di tutto il resto. Non per mancanza di intelligenza o volontà, ma per struttura. Il sistema premia chi resta dentro il proprio perimetro e penalizza chi lo attraversa.
Questo non significa che ogni ruolo sia intercambiabile senza preparazione. Alcune professioni richiedono competenze specifiche, formazione lunga o requisiti fisici precisi. Il punto non è eliminare la competenza, ma evitare che diventi una gabbia permanente.
Questo meccanismo arriva al punto in cui cambiare direzione non è più visto come evoluzione, ma come errore, quasi una colpa, come descritto in un altro passaggio del testo.
Se più tardi il Papalagi si accorge che preferirebbe costruire capanne piuttosto che intrecciare stuoie, si dice: ha sbagliato lavoro, che è come mancare il bersaglio. È un grave dolore, perché va contro i loro costumi mettersi di punto in bianco a fare un altro lavoro.
La perdita del senso nel processo
Questa rigidità ha un costo che non è solo economico. È percettivo. Si perde la visione del processo completo, la relazione tra le parti, la soddisfazione di portare qualcosa dall’inizio alla fine. Quando ogni attività viene spezzata e assegnata a qualcuno diverso, la responsabilità si frammenta e con essa anche il senso.
Nel testo, l’esempio della costruzione di una casa è illuminante. Se chi taglia gli alberi non può piantare i pali, e chi pianta i pali non può intrecciare il tetto, e chi intreccia il tetto non può completare il resto, ciò che si ottiene non è solo inefficienza umana. È una perdita di esperienza. Una “gioia a metà”, che di fatto smette di essere gioia.
Una scelta storica, non una necessità
Questo punto non è solo una riflessione teorica. Ha conseguenze operative oggi, nelle politiche del lavoro e nei modelli economici che stiamo costruendo.
Non serve idealizzare altri modelli per riconoscere il limite del nostro. Il punto non è tornare indietro, ma smettere di considerare inevitabile ciò che è solo una scelta storica. La divisione del lavoro è stata una leva potente per la crescita. Oggi, però, mostra il suo lato opposto. Ha aumentato la produttività, ma ha ridotto la libertà operativa dell’individuo.
Il lavoro come struttura continua
Qui entra il nodo reale. Il lavoro non è più uno strumento che si usa quando serve. È diventato una struttura continua da cui non si esce. Anche quando non è necessario, anche quando non produce valore reale, anche quando smette di avere senso per chi lo svolge.
Ripensarlo significa riportarlo alla sua funzione originaria. Non un vincolo, ma una possibilità. Non una definizione, ma una scelta.
La proposta del PEI
Nel quadro del Partito Edonista Italiano, questo passaggio è centrale. Il lavoro deve tornare a essere una componente della vita, non la sua gabbia. La garanzia materiale di base non serve a eliminare il lavoro, ma a liberarlo dal ricatto. Permette di scegliere cosa fare, quando farlo e quanto cambiare nel tempo.
Non esiste un solo lavoro per tutta la vita. Possono essercene molti. Possono cambiare. Possono interrompersi e riprendere. Possono convivere. Si può costruire, progettare, studiare, coltivare, creare. Non per obbligo, ma per coerenza con il contesto e con la propria evoluzione.
Automazione, AI dividend e reddito universale
Non è più solo teoria. Anche nei contesti industriali e politici più avanzati si inizia a parlare apertamente di redistribuzione del valore generato dall’intelligenza artificiale.
Le proposte emergenti vanno in una direzione chiara. Fondi pubblici alimentati dalla produttività dell’AI, riduzione dell’orario di lavoro, modelli di compensazione per chi viene sostituito o affiancato dall’automazione. Non è teoria: iniziative come l’AI dividend negli Stati Uniti e le linee guida di OpenAI sull’industrial policy per l’era dell’intelligenza indicano già questa traiettoria.
Non è filantropia. È necessità concreta per tenere in piedi il sistema.
Se la produttività cresce in modo esponenziale ma il reddito resta legato al lavoro umano, l’equilibrio economico salta. Se invece parte di quel valore viene redistribuito, si crea una nuova stabilità più solida.
Qui il concetto di AI dividend si lega in modo diretto a un reddito universale. Non come sussidio passivo, ma come quota attiva della ricchezza prodotta.
Se il lavoro resta una condanna, l’automazione diventa una minaccia. Se il lavoro torna a essere una scelta, l’automazione diventa una leva.
Un futuro non distopico
Nel modello proposto, la tecnologia non serve a sostituire l’uomo per comprimere i costi, ma a liberare tempo e possibilità. Meno tempo obbligato, più spazio per attività scelte. Meno ripetizione forzata, più varietà e adattamento.
In questa prospettiva si colloca una visione non distopica del futuro, più vicina a un immaginario “solarpunk”2 che a scenari di controllo e marginalizzazione. Infrastrutture leggere, produzione diffusa, energia accessibile, automazione al servizio della qualità della vita.
La garanzia materiale di base rende sostenibile la transizione. Evita che l’automazione diventi ricatto occupazionale e permette di attraversare più ruoli senza perdere sicurezza.
In questo contesto, avere molti lavori nel corso della vita non è instabilità. È evoluzione. È coerenza con un sistema che cambia e con individui che possono cambiare insieme ad esso.
Non è il lavoro ad essere un problema
Questo non riduce il valore del lavoro. Lo aumenta. Perché quando non è imposto, diventa intenzionale. Quando non è continuo per forza, diventa rilevante. Quando non è identità rigida, torna a essere competenza viva.
Il problema non è lavorare. È essere costretti a essere sempre la stessa cosa. Libertà non è smettere di lavorare. È poter cambiare senza dover crollare.
Scegliere cosa fare non è un privilegio. È il punto minimo di una società funzionante.
- Il Papalagi, attribuito a Tuiavii di Tiavea, pubblicato da Erich Scheurmann. ↩︎
- Il Solarpunk, è un movimento culturale e artistico che promuove una visione ottimista e progressista del futuro. ↩︎