20 Agosto 2026

La cittadinanza digitale in abbonamento privato

La digitalizzazione della Pubblica Amministrazione dovrebbe avere un obiettivo abbastanza semplice: ridurre i passaggi, diminuire i costi e rendere più diretto il rapporto tra cittadino e Stato.

La proposta contenuta nel testo-base della revisione del Codice della strada sembra invece riuscire in un piccolo capolavoro burocratico: rendere obbligatorio un domicilio digitale per i proprietari di veicoli, senza che lo Stato fornisca direttamente ai cittadini quel domicilio digitale.

In altre parole, per poter ricevere comunicazioni dello Stato potrebbe diventare necessario acquistare da un soggetto privato il servizio necessario a riceverle.

Non è digitalizzazione. È esternalizzazione dell’accesso alla cittadinanza digitale.

Il problema non è la PEC

La PEC è uno strumento perfettamente legittimo e spesso utile. Imprese, professionisti e cittadini possono decidere di acquistarne una perché necessitano di certificare invii, ricezioni e date delle proprie comunicazioni.

Il problema nasce quando uno strumento commerciale smette di essere una scelta e diventa il requisito imposto dallo Stato per interagire con lo Stato stesso.

Il domicilio digitale italiano è registrato nell’INAD, l’Indice nazionale dei domicili digitali. L’INAD però non fornisce una casella al cittadino: registra un recapito digitale che il cittadino deve già possedere, normalmente una PEC o un altro servizio elettronico qualificato.

La differenza non è marginale. Lo Stato mette a disposizione l’elenco, ma non il domicilio.

Se quel domicilio diventa obbligatorio, il risultato è semplice: viene creato per legge un bisogno che deve essere soddisfatto acquistando un servizio sul mercato.

Una tassa che formalmente non è una tassa

Naturalmente non verrà chiamata tassa. Il pagamento non finirà nelle casse dello Stato. Non comparirà in una dichiarazione dei redditi e non avrà un codice tributo.

Proprio per questo il meccanismo è ancora più interessante.

Se una norma obbliga una persona a possedere un determinato servizio privato per poter compiere normalmente atti necessari alla propria vita civile, il fatto che il denaro venga riscosso da un’impresa anziché dallo Stato cambia il soggetto che incassa, non la natura economica dell’obbligo.

È una spesa privata resa necessaria da una decisione pubblica.

Una sorta di tassa di accesso alla cittadinanza digitale riscossa da privati.

Il costo individuale può essere modesto. Ma il principio non cambia in base al prezzo. Anche un euro obbligatorio rimane un euro che non sarebbe stato necessario spendere senza quell’obbligo.

Lo Stato possiede già quasi tutto ciò che serve

L’aspetto più paradossale è che l’Italia dispone già delle infrastrutture necessarie per costruire un rapporto digitale diretto tra cittadino e Pubblica Amministrazione.

Esistono SPID, Carta d’identità elettronica, ANPR, INAD, PagoPA, App IO e la piattaforma SEND per le notifiche digitali.

SEND, in particolare, nasce esattamente per consentire alle amministrazioni pubbliche di notificare atti con valore legale attraverso canali digitali, ricorrendo poi alle modalità tradizionali quando la consegna digitale non è possibile.

Il problema quindi non è tecnologico.

Non manca la possibilità di identificare un cittadino. Non manca la possibilità di autenticarsi. Non manca un’infrastruttura pubblica per conservare dati personali. Non manca nemmeno un sistema pubblico per notificare atti.

Manca una casella digitale pubblica permanente associata al cittadino.

Ed è precisamente quella che diventerebbe necessaria.

Se è obbligatorio, deve essere infrastruttura

Il confine dovrebbe essere molto semplice.

Se un cittadino desidera una PEC per comunicare con aziende, clienti, professionisti o altri soggetti privati, può scegliere liberamente un fornitore, confrontare prezzi e servizi e acquistare quella che preferisce.

Questo è mercato.

Se invece lo Stato stabilisce che ogni cittadino deve possedere un domicilio digitale per ricevere comunicazioni pubbliche, allora quel domicilio deve diventare parte dell’infrastruttura pubblica essenziale.

Questo è Stato.

Confondere i due livelli produce il peggio di entrambi: un obbligo pubblico gestito attraverso un servizio commerciale.

Il mercato funziona quando esiste scelta. Un mercato nel quale la domanda viene creata per legge non è improvvisamente più libero soltanto perché esistono diversi fornitori tra cui scegliere.

Una soluzione molto meno complicata

Non serve nazionalizzare la posta elettronica e non serve creare l’ennesimo carrozzone digitale.

Serve qualcosa di molto più banale.

A ogni cittadino potrebbe essere associato un domicilio digitale pubblico permanente, accessibile attraverso CIE, SPID o gli strumenti di identità digitale che li sostituiranno. Una casella destinata esclusivamente alle comunicazioni aventi valore legale provenienti dalla Pubblica Amministrazione.

Nessun provider da scegliere. Nessun rinnovo annuale. Nessun cambio di indirizzo da comunicare. Nessun rischio che il recapito scompaia perché è scaduto un abbonamento.

Il cittadino nasce, acquisisce un codice fiscale e possiede un domicilio digitale pubblico.

Fine.

Chi desidera servizi ulteriori continua liberamente a rivolgersi al mercato.

Digitalizzare lo Stato, non commercializzare il cittadino

La questione non riguarda quindi essere favorevoli o contrari alla digitalizzazione.

Al contrario.

Proprio perché la digitalizzazione è utile, dovrebbe eliminare intermediari inutili invece di crearne di nuovi.

Uno Stato digitale dovrebbe poter comunicare direttamente con i propri cittadini attraverso un’infrastruttura pubblica stabile, universale e gratuita. Il settore privato dovrebbe poter costruire liberamente servizi migliori, più completi e più sofisticati intorno a quella base.

È la stessa distinzione che esiste tra una strada pubblica e un’automobile privata.

Lo Stato costruisce la strada. Il mercato vende le automobili.

Obbligare tutti ad avere un domicilio digitale e poi mandare i cittadini a comprarlo da qualcuno equivale invece a costruire un’autostrada pubblica e affidare a società private la vendita obbligatoria del diritto di possedere un ingresso.

Se il domicilio digitale deve diventare parte della cittadinanza, allora deve diventare parte della cittadinanza davvero.

Pubblico, gratuito e permanente.

Altrimenti non si sta digitalizzando la Pubblica Amministrazione. Si sta semplicemente trasformando un obbligo pubblico in un abbonamento privato.

Autore

Carlo Cancelloni

Autore dei contenuti pubblicati sul blog ed ideatore del Partito Edonista Italiano.

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